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31 gennaio 2016

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di

Iconocrazia 09/2016 - "Ritorno al conflitto" (Vol. 2), Saggi




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Premessa

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Le vicende politiche e sociali greche degli ultimi anni hanno avuto un impatto notevole sull’opinione pubblica degli altri Paesi europei: il portato simbolico degli eventi che si sono susseguiti a partire dal 2010 ha stimolato analisi ed interpretazioni del mondo accademico e dei media ed ha avuto una forte influenza sul dibattito interno alle forze politiche continentali.

Fig. 1 – Piazza Syntagma (foto dell’autore)

Le immagini che arrivavano da Atene e dalle principali città greche sembravano interrogare il Vecchio Continente sulle ragioni fondati del proprio modello politico ed economico, suscitando almeno due interpretazioni antitetiche e irriducibili della fase storica vissuta dalle democrazie europee: da un lato, la tendenza a considerare le piazze greche come le icone di una rinascita democratica dell’Europa, la smentita evidente della profezia di Francis Fukuyama sulla “fine della Storia” e dell’idea che nella contemporaneità la politica debba essere sostanzialmente “governance” e amministrazione dell’esistente in un quadro di assetti istituzionali dato; dall’altro, una concezione scettica, che vede nelle immagini del conflitto sociale e politico greco – per usare un’espressione cara a Lucrezio e Baudrillard, nient’altro che meri “simulacri” di  un potere che in realtà non c’è o alberga altrove.

Semplificando: una lettura ottimistica, che certifica un cambio di passo sostanziale negli equilibri del Vecchio Continente già in atto, contrapposta ad una pessimistica che insiste sul carattere velleitario ed illusorio delle speranze riposte nel governo Tsipras e sull’impossibilità di riformare “dall’interno” l’impalcatura dell’odierna Unione Europea delle politiche di austerità e dell’egemonia tedesca.

Senza voler entrare nel merito della discussione fra queste due letture (partorite entrambe all’interno del fronte dei critici dell’attuale costruzione europea), in questa sede proveremo a ricostruire in filigrana le ragioni del successo di Syriza ed il suo rapporto con il conflitto sociale sviluppatosi nel Paese negli ultimi anni;  sarà inoltre compito di questo lavoro indagare come è cambiata la rappresentazione del conflitto politico dopo il referendum del 5 luglio 2015 e il successivo accordo in seno all’Eurogruppo, per comprendere quanto l’esperienza di governo abbia mutato la comunicazione di Syriza e del suo leader e le prospettive politiche del partito.

Infine, una precisazione sulle fonti utilizzate: considerata la marcata vicinanza temporale degli eventi la letteratura scientifica sull’argomento non è ancora sufficientemente sviluppata, rendendo obbligata la scelta di fare affidamento anche sulle cronache giornalistiche e, ove possibile, su testimonianze dirette di esponenti della società greca raccolte personalmente dall’autore.

 

Il raggruppamento della sinistra del cambiamento radicale

Syriza, acronimo che sta per Συνασπισμός Ριζοσπαστικής Αριστεράς (“Raggruppamento della sinistra del cambiamento radicale”), è una forza politica relativamente giovane, nata nel 2004 come federazione di forze e culture politiche eterogenee a sinistra del Pasok, diventata un vero e proprio partito politico nel 2012 (anche per sfruttare il vantaggio derivante dalla legge elettorale greca, che assegna un lauto premio di maggioranza alla forza che ottiene il maggior numero di voti, a condizione che si tratti appunto di un partito). In questo raggruppamento, in cui accanto a forze politiche più strettamente legate alle tradizioni comuniste e socialdemocratiche trovavano spazio movimenti ambientalisti, libertari e femministi, l’organizzazione principale era rappresentata sin da principio dal Synaspismos, partito della nuova sinistra post-comunista da cui provengono la grande maggioranza dei quadri e degli attivisti di Syriza[1].

Il debutto elettorale, avvenuto nelle elezioni politiche del 2004, registrava 241.714 voti ed il 3,26% dei consensi[2], divenuti nelle elezioni politiche del 2007 361.101 voti ( 5,04%); dopo i 313.231 suffragi (4,59%) delle elezioni europee del 2009 (le prime con Alexis Tsipras come leader della forza politica), nelle due tornate elettorali del 2012 il grande balzo in avanti: 1.061.929 voti (16,79%) il 6 maggio, 1.655.042 (26,89%) consensi il 17 giugno, classificandosi in entrambi i casi come seconda forza del Paese ellenico.

Nelle elezioni del 25 gennaio 2015 Syriza è diventata la principale forza del Paese, con 2.246.064 consensi, pari al 36,34% e 149 seggi nel Parlamento ellenico; i dati sin qui riassunti testimoniano quanto l’ascesa del partito sia stata relativamente rapida e costante, permettendo nel giro di circa un decennio un incremento del 829,22%, e aiutano a meglio inquadrare l’esito del voto delle recenti elezioni politiche.

A prima vista, l’esito del voto del 20 settembre 2015 ha fatto registrare una sostanziale tenuta di Syriza, con una vittoria che è arrivata con una lieve flessione percentuale (da 36,34% a 35,46%) e 4 seggi in meno rispetto a gennaio, nonostante la scissione che ha portato alla nascita di Unità Popolare: in termini assoluti, il calo di consensi è stato invece assai più significativo, con 320.160 voti persi in otto mesi.

A differenza di quanto pronosticato dagli analisti politici e dai sondaggi precedenti al voto non vi è stato un calo sostenuto dei consensi e Syriza è rimasta la prima forza politica del Paese: le indagini post-voto, inoltre, sembrano confermare che la base sociale dell’elettorato del partito (disoccupati, poveri e ceti medi impoveriti) non sia venuta meno rispetto al voto di gennaio (sebbene l’astensionismo abbia colpito principalmente il partito di governo)[3].

Il voto di settembre si è svolto in un contesto caratterizzato da una persistente debolezza delle opposizioni e dalla mancanza di un leader alternativo ad Alexis Tsipras[4], ma l’esito delle elezioni politiche sembra restituire l’immagine di una forza ormai radicata nella società greca e in grado di esprimere un consenso che va al di là degli umori volatili dell’elettorato e alla protesta nei confronti di un sistema politico in crisi; allo stesso tempo, le vicende degli ultimi mesi sembrano rappresentare uno spartiacque nella storia del partito ed il prevalere delle posizioni politiche più legate ad una cultura di governo e ad un’ottica di sostanziale compatibilità con l’attuale assetto istituzionale greco ed europeo.

L’intensificarsi ad inizio 2016 del dialogo fra Alexis Tsipras e i principali leaders del socialismo europeo alimenta voci su un possibile ingresso di Syriza nel Partito Socialista Europeo, mentre il Paese ellenico è attraversato da un’ondata di forte conflittualità sociale contro le misure di austerità previste dal Terzo Memorandum: per comprendere meglio le implicazioni delle ultime vicende è tuttavia necessario ricostruire brevemente l’ascesa che ha portato una piccola federazione di forze politiche variegate a diventare un partito di governo e ad assumere il ruolo di simbolo delle speranze di cambiamento per i critici dell’Europa delle politiche di austerità.

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L’ascesa di un partito “sociale”

Nel panorama politico europeo Syriza rappresenta un unicum, per le peculiarità del contesto politico e sociale della Grecia degli ultimi anni e per alcune caratteristiche di una forza politica che sembra rappresentare non solo la sintesi fra culture politiche eterogenee, ma anche fra innovazione e tradizione.

Il consenso costruito dal partito anzitutto il frutto di un lungo lavoro di radicamento sociale e della presenza del partito nei principali centri del conflitto sociale e nelle proteste contro le politiche di austerità, in grado di produrre una connessione relativamente solida fra la forza politica e i suoi soggetti sociali di riferimento[5] e di controbilanciare lo scarso radicamento del partito fra i quadri e i delegati dei principali sindacati greci[6].

Al di là della favorevole congiuntura degli ultimi anni (crisi di credibilità delle principali forze politiche e grave crisi economica che ha alimentato il voto di protesta e indirizzato il consenso verso formazioni politiche più radicali), la crescita elettorale di Syriza sembra collegata con la sua natura di “partito sociale” in grado di gestire (direttamente o indirettamente) esperienze che andavano a colmare in parte il venir meno dello Stato quale garante del “benessere sociale”: ambulatori medici e farmaceutici autogestiti, mense sociali, cooperative socio-lavorative, mercati che mettono in contatto diretto produttori e consumatori, lezioni scolastiche gratuite per chi non ha accesso all’istruzione pubblica.

Chi scrive ha avuto la possibilità di visitare nel gennaio 2015, alla vigilia del voto per le elezioni politiche, uno degli ambulatori medico-farmaceutici sorti allo scopo di garantire il diritto alla salute dei 3 milioni di greci che non hanno più accesso all’assistenza sanitaria pubblica o che non possono permettersi medicinali e visite specialistiche, quello di Nuova Smirne (un quartiere relativamente benestante, caratterizzato da villette in stile americano): strutture come questa non sono gestite direttamente da Syriza ma molti dei volontari sono iscritti o simpatizzanti del partito. All’inizio molte delle KIFA (l’acronimo che designa gli ambulatori, circa 60 in tutto il Paese) fornivano assistenza principalmente ai migranti; ora con l’incedere della crisi sono soprattutto greci a rivolgersi agli ambulatori per medicinali,visite specialistiche, piccoli interventi e assistenza psicologica.

Molte strutture di questo tipo sono di fatto gestite dalla rete “Solidarity for all”, formalmente apartitica, che Syriza sostiene con l’impegno di propri volontari e devolvendo parte degli emolumenti dei parlamentari[7]; formalmente slegata dal partito anche la Rete dei Diritti Sociali e Politici (Diktio), una rete (che ha sede nel quartire Exarchia di Atene) improntata su pratiche di mutualismo ed aperta ad immigrati ed esponenti della associazioni Lgbt, che ha spesso assunto un ruolo di “cerniera” fra l’ala del movimento più favorevole ad un dialogo con il partito e quella più radicale[8].

Le variegate pratiche mutualistiche legate a Syriza da un rapporto di osmosi potrebbero ricordare gli albori del movimento operaio, con il fiorire di leghe, cooperative, società di mutuo soccorso nell’Ottocento; esperienze come queste sembrano rappresentare strumenti utili alla base sociale che sostiene il partito e potrebbero aver giocato un ruolo di primo pano nella costruzione di una connessione sentimentale fra il partito e i soggetti sociali di riferimento[9], confutando l’idea della sostanziale inutilità del Politico nella contemporaneità.

Il secondo aspetto interessante relativo a Syriza riguarda la struttura organizzativa: il “Raggruppamento della sinistra del cambiamento radicale” è dal 2012 un partito a tutti gli effetti, con la propria base, la propria organizzazione giovanile[10], i propri quadri intermedi e i propri organismi dirigenti (un comitato centrale di 201 membri, una segreteria politica e una direzione nazionale); una strutturazione per certi versi più simile ai partiti leninisti e socialdemocratici del Novecento che ai partiti “personali” e “liquidi” presenti anche nel campo della sinistra europea, pur con le peculiarità già evidenziate[11]. Almeno sino alla scissione, gli elementi di continuità rispetto ai partiti politici novecenteschi e le differenze  rispetto a forze come Podemos (riguardo al modello organizzativo, all’utilizzo dei media e al riferimento alle tradizioni culturali e alle biografie politiche del passato).

Anche sul rapporto fra “leader carismatico” e partito pare esserci un rapporto più articolato di quanto potrebbe sembrare a prima vista considerando la popolarità di Alexis Tsipras[12]: Syriza non rientra negli schemi del “partito personale”[13] e proprio la presenza di una organizzazione  di stampo novecentesco rappresenta una delle peculiarità che ne impediscono una frettolosa classificazione nel campo delle forze politiche “populiste”[14]; la stessa ascesa dell’attuale capo del governo ellenico è avvenuta in maniera graduale, attraverso[15]  un meccanismo di cooptazione e la modalità di selezione del gruppo dirigente del partito non prevede, ad esempio, l’utilizzo delle primarie.

A testimonianza del rapporto articolato fra la leadership di Alexis Tsipras e la struttura organizzativa di Syriza si potrebbe citare il dibattito interno al partito nei mesi successivi alla vittoria elettorale del gennaio 2015 e negli avvenimenti immediatamente successivi al referendum del 5 luglio e al successivo accordo del 13 luglio in sede europea: un confronto articolato, in cui il segretario del partito è stato più volte criticato pubblicamente da esponenti di primo piano della forza politica e dello stesso Governo come Yanis Varoufakis, Manlios Glezos, Panagiotis Lafazanis e ha portato ad  una sofferta spaccatura del Comitato Centrale di Syriza  del 30 luglio 2015, conclusosi con una vittoria di misura della linea caldeggiata da Tsipras. Non a caso i dissidenti confluiti in Unità Popolare hanno più volte sottolineato la differenza fra la vecchia gestione della democrazia interna e quella successiva alla scissione, accusando Alexis Tsipras di aver cassato il dibattito interno per costruire una “Syriza 2.0” con venature plebiscitarie e leaderistiche.

Dal punto di vista comunicativo, non mancano altresì gli elementi peculiari: Syriza infatti dispone di alcuni strumenti di comunicazione “tradizionali” come il quotidiano Avgi, la radio Kokklno ed il settimanale indipendente Epohl, mentre la comunicazione online è ancora abbastanza rudimentale con un utilizzo di Twitter, Facebook e di altri social network meno efficace rispetto a quello di forze politiche europee analoghe[16]; una comunicazione nel complesso meno legata ai codici e ai canoni della “politica spettacolo” (in un contesto di scarsità generalizzata di risorse investite in comunicazione), a dispetto di una sovraesposizione mediatica a livello europeo di Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis nei mesi del negoziato sul debito (sovraesposizione che pare essere stata in parte un’esigenza dei media internazionali, che necessitano di figure emblematiche per costruire e veicolare le proprie narrazioni).

Se dunque la dimensione sociale del partito costituisce un elemento peculiare (ma tuttavia paragonabile ad esperienze analoghe risalenti agli albori del movimento operaio), la strutturazione interna e la comunicazione pubblica di Syriza presentano diversi punti di contatto con i partiti novecenteschi, a testimonianza di una natura sostanzialmente ibrida ed eterogenea di una forza politica nata con l’intento di unire in un fronte più ampio partiti, movimenti e culture politiche di sinistra alternative al neoliberismo e alle politiche di austerità.

Proprio le vicende travagliate conosciute dal Paese ellenico a partire dal 2009 sembrano aver influito sulla trasformazione di Syriza da federazione a partito e sulla sua crescita tumultuosa; il rifiuto delle politiche di austerità e l’identificazione di un “nemico” interno (la vecchia classe dirigente politica ed economica del Paese, accusata di essere corrotta e incapace di tutelare gli interessi nazionali in sede europea) e di un “nemico” esterno (la Troika) sono stati fattori potentissimi di sintesi a cui va aggiunto un ulteriore elemento, la scelta del partito di praticare il conflitto sociale e di essere presente “fisicamente” nelle proteste contro i memorandum.

Syriza ha voluto appoggiare le manifestazioni di piazza sin dall’inizio, senza lo scetticismo e i distinguo che hanno caratterizzato altre forze della sinistra radicale come il KKE; un rapporto, quello fra la forza politica ed il conflitto sociale, che merita una trattazione specifica nel prossimo paragrafo.

 

Dal conflitto di Piazza Syntagma alla sfida del governo

I detrattori delle politiche di austerità imposte dalla Troika hanno insistito sul fatto che, a partire dal 2009, sfruttando l’occasione propizia della più grande crisi economica che l’Occidente abbia conosciuto dal 1929, si sarebbe consumato in Europa un vero e proprio “colpo di stato di banche e governi”[17], per usare l’espressione di Luciano Gallino. In questo contesto, la  Grecia sarebbe stata trattata alla stregue di una “cavia da laboratorio”, fungendo da apripista per la somministrazione delle ricette neoliberiste (che Naomi Klein ha correlato alla teoria della “shock economy”[18]) in altri stati dell’Unione Europea. Smantellamento del welfare state, forte moderazione salariale, privatizzazioni: una ricetta volta ad ottenere la soddisfazione dei “mercati finanziari”, entità chiamata in causa da Angela Merkel e Nikolas Sarkozy per giustificare le misure previste dal primo Memorandum.

Fin dal 2010 le proteste in Grecia hanno assunto le forme di una vasta partecipazione popolare, con manifestazioni frequenti, presidi, acampados in stile Puerta del Sol (gli “αγανακτισμένοι”, indignados greci balzati all’attenzione delle cronache nel 2011), scioperi indetti dai sindacati di tutte le categorie, riots urbani con scontri violenti e fiamme: e se in quei mesi burrascosi un luogo ha assunto lo statuto di simbolo del conflitto, quello è sicuramente Piazza Syntagma (che significa “piazza della costituzione”, in onore dello statuto concesso dal re Ottone I nel 1843), situata di fronte al Parlamento ellenico; qui, fra accampamenti, assemblee, cortei, scontri si sono concentrati gli sguardi dei media di tutto il mondo.

La piazza è stata spesso al contempo il simbolo delle proteste contro una classe politica impegnata a votare i memorandum (con l’immagine dell’assedio al parlamento, vero e proprio topos della narrazione del conflitto sociale) ed il terreno per esperimenti di democrazia diretta come quelli portati avanti dagli “αγανακτισμένοι” con megafoni, votazioni per alzata di mano, assemblee all’aperto, in quella che è stata definita “a postmodern incarnation of the ancient Athenian agora”[19]. Piazza Syntagma ha mantenuto il suo ruolo chiave anche durante i 19 mesi del governo di Antonis Samaras ed è stata la sede delle manifestazioni che si sono susseguite nel febbraio 2015 (il 5 e l’11 del mese) in tutto il Paese, precedute da una convocazione via social network e incentrate sul sostegno al nuovo governo impegnato nelle difficili trattative nell’Eurogruppo e sul disappunto verso la mossa della BCE guidata da Mario Draghi di revocare per le banche greche la possibilità di consegnare in garanzia titoli del debito pubblico di Atene in cambio di liquidità.

Se nell’esperienza di piazza il tema del conflitto (costruito sulla dicotomia amico-nemico: da un lato il popolo greco, dall’altro la Troika e i governi impegnati a rispettarne i dettati[20]) si è intrecciato con la questione della democrazia, la rapida ascesa di Syriza sembra aver fornito un catalizzatore politico al movimento, sebbene il partito non si consideri“il braccio politico del conflitto di piazza Syntagma”.

Più che fungere da “brodo di coltura” per il consenso di Syriza, la piazza sembra aver influenzato l’intera società greca, favorendo la nascita di forme di mutuo soccorso e, al tempo stesso, generando nuove relazioni sociali, che vanno oltre l’individualismo, così come sostenuto da Stavros Stavrides, docente della Scuola di Architettura di Atene e commentatore politico, convinto del fatto che l’esperienza di Piazza Syntagma abbia mutato da tanti punti di vista la mentalità della società greca  con la sua “eredità vivente”[21] e che Syriza, ancorata ad una concezione di “democrazia partecipativa”[22], abbia tratto indirettamente giovamento da un’esperienza che si colloca invece sul piano della “democrazia diretta”.

Syriza ha saputo dunque confrontarsi con il movimento senza per questo rinunciare ad una concezione “egemonica” della lotta politica e ad una distinzione costante fra tattica e strategia che ne testimoniano l’influenza delle culture politiche interne di stampo novecentesco: tuttavia, le vicende successive alla vittoria elettorale del 25 gennaio 2015 e soprattutto quelle relative al referendum del 5 luglio e al successivo accordo in seno all’eurogruppo sembrano testimoniare il nodo insoluto  fra “appello al popolo” e esigenze della real politik, l’oscillazione fra fascinazione per la piazza e primato della politica.

Ad un anno dalla sua prima affermazione elettorale, il partito (nato come sintesi di esperienze e culture politiche eterogenee), pur rimanendo la principale forza politica greca, è reduce non a caso da una scissione e sembra aver inaugurato una nuova fase della propria storia, accentuando il profilo di forza di governo a discapito della rappresentazione come forza antisistema. Se appare prematuro provare a prefigurare una ricollocazione di  Syriza nel panorama politico nazionale e continentale, rimane insoluto il nodo della direzione intrapresa negli ultimi mesi.

 

Verso una Syriza socialdemocratica?

Se il leitmotiv principale della campagna elettorale di Syriza nel gennaio 2015 era stata la speranza (con la promessa di mettere fine alle politiche di austerità e di inaugurare un programma di riforme di stampo egualitario)[23], la contesa elettorale del settembre 2015 si è invece svolta in un’atmosfera emotiva molto diversa, condizionata dalle vicende di luglio e dalla impossibilità per Syriza e per Alexis Tsipras di sottrarsi all’applicazione di un terzo Memorandum imposto dai creditori in cambio di un programma di aiuti di complessivi 86 miliardi di euro[24].  I media internazionali, presenti anche questa volta ad Atene per seguire il voto, hanno spesso restituito l’immagine di una campagna elettorale con meno pathos e minori implicazioni simboliche rispetto a quella che, pochi mesi prima, era stata la prima affermazione di un partito non appartenente alla famiglia socialista e socialdemocratica europea in un Paese della zona euro (se si esclude la vicenda di Cipro).

A testimonianza della fase nuova inaugurata dopo l’accordo della notte fra il 12 ed il 13 luglio a Bruxelles, la retorica pubblica di Alexis Tsipras sembra essersi adeguata al nuovo contesto, con toni maggiormente improntati al realismo politico e al senso di responsabilità e attacchi più spesso rivolti agli avversari politici interni che non ai principali leaders europei e ai rappresentanti delle istituzioni sovranazionali; venuta meno la figura di Yanis Varoufakis, che aveva incarnato con il suo stile fuori dalle righe la contrapposizione simbolica fra il nuovo Governo greco ed il suoi sostenitori da un lato[25], e i fautori delle politiche di stampo ordoliberista dall’altro, la comunicazione di Syriza sembra dunque mutata, pur senza che vi sia una rinuncia ai temi della giustizia sociale e dell’eguaglianza e il desiderio di superare le politiche di austerità[26].

Le accuse di “tradimento” e di “resa” rivolte al Governo Tsipras da esponenti politici ed intellettuali greci e di altri Paesi europei[27] e dallo stesso Yanis Varoufakis dopo l’accordo con i creditori fanno riferimento a giudizi di valore e a convincimenti sui meccanismi di funzionamento della moneta unica europea che non sono oggetto di questa trattazione; più interessante, in questa sede, mettere in luce come le scelte di Syriza a partire dal luglio 2015 in realtà non rappresentano una cesura netta rispetto ad alcune posizioni politiche già presenti nel dibattito interno del partito:

1) Alexis Tsipras ha spesso giustificato la scelta di accettare l’accordo evitando la possibilità di un’uscita (anche temporanea) della Grecia dalla zona euro, facendo riferimento più volte al fatto che il mandato popolare sulla base del programma di Salonicco non prevedeva la fuoriuscita del Paese dell’euro. A tal proposito va ricordato come per la maggior parte dei greci l’ingresso nella CEE e l’adesione all’euro abbia rappresentato dal punto di vista simbolico un motivo di orgoglio, dopo gli anni della dittatura militare[28]

2) il Programma di Salonicco, presentato da Syriza in vista del voto del gennaio 2015, prevedeva misure volte a rilanciare i consumi e gli investimenti e a garantire per le fasce più deboli della popolazione greca un sensibile miglioramento delle proprie condizioni di vita; tuttavia, lo stesso ambizioso piano di riforme era il frutto di una sintesi fra le diverse ali presenti nel partito e della necessità di fornire a Syriza un profilo credibile di forza di governo[29]

3) diversi commentatori politici greci, riflettendo sullo spazio politico lasciato scoperto dalla crisi profonda dei socialisti greci hanno ipotizzato una progressiva trasformazione di Syriza in un “nuovo Pasok”, in grado di attirare l’elettorato socialista deluso e ripristinare secondo nuove forme il bipolarismo che il paese ha conosciuto dalla fine della dittatura al 2012; alcuni analisti hanno in questo senso interpretato una presunta attitudine di Tsipras ad imitare Andreas Papandreou nel linguaggio e persino nell’intonazione e nel timbro della voce[30]

L’accordo sottoscritto a Bruxelles il 13 luglio 2015, la scissione interna e la nuova esperienza di governo sembrano aver incanalato Syriza verso una stagione nuova; appare tuttavia poco convincente valutare le vicende degli ultimi mesi solo nei termini di un presunto progressivo avvicinamento verso la famiglia dei socialisti e dei socialdemocratici europei[31] senza mettere in luce le diverse sfumature presenti sin dall’inizio nel partito ed il nodo insoluto del rapporto fra il governo della macchina statale ed il cambiamento sociale nell’Europa contemporanea.

 

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Conclusioni

Al momento di concludere questo articolo, il governo ellenico è alle prese con le proteste contro il nuovo Memorandum e con la spinosa questione dell’accoglienza dei migranti provenienti dalle altre sponde del Mediterraneo. Non è possibile al momento pronosticare l’esito di una vicenda politica, quella di Syriza, giunta ad un punto di snodo decisivo; rimangono in campo i dubbi sulla possibilità di praticare un’efficace politica di riforme di stampo redistributivo negli attuali rapporti di forza europei e nel particolare quadro istituzionale, politico e sociale greco.

Le letture “apocalittiche” che vedono nello stesso concetto di  democrazia al centro della retorica di Tsipras e del partito un “significante vuoto” sembrano rafforzate dagli eventi più recenti, ma al di là della loro validità ermeneutica hanno l’indubbio merito di sollecitare una riflessione più profonda sul ruolo della politica nella contemporaneità.

Proprio su quest’ultima questione, è interessante citare il monito  di Giorgio Agamben, che il 17 novembre 2013, nel corso di un’iniziativa organizzata dai giovani di Syriza  per celebrare i quarant’anni della rivolta del Politecnico durante la Dittatura dei Colonnelli, così si è espresso:

per capire ciò che ci siamo abituati a chiamare “situazione politica”, dobbiamo tenere a mente il fatto che la società nella quale viviamo forse non è più una società politica. Un fatto simile ci obbliga a cambiare completamente la nostra semantica. Ho provato allora a mostrare come, nell’Atene del quinto secolo A.C., la democrazia inizi con una politicizzazione dello status di cittadino. L’essere cittadino ad Atene è un modo attivo di vita. Oggi, in molti paesi d’Europa, come anche negli USA, dove la gente non va a votare, l’essere cittadino è qualcosa di indifferente. Forse in Grecia questo vale in misura minore; per quanto ne so, qui esiste ancora qualcosa che somiglia a una vita politica. Il potere oggi tende a una depoliticizzazione dello status di cittadino. La cosa interessante in una situazione talmente depoliticizzata è la possibilità di un nuovo approccio alla politica. Non si può stare attaccati alle vecchie categorie del pensiero politico. Bisogna rischiare, proporre categorie nuove. Così, se alla fine si verificherà un cambiamento politico, forse sarà più radicale di prima[32].

La vicenda di Syriza, al di là delle categorie di “speranza”, “tradimento”, “resa” e del dibattito su una possibile “mutazione genetica” del partito ha sicuramente il merito di aver messo in evidenza i veri termini del dibattito: fra icone, simulacri e stati di eccezione, in gioco non c’è solo il futuro della moneta unica, ma l’idea che nel Vecchio Continente ove essa sorse e si sviluppò, la democrazia possa essere qualcosa di diverso dai simulacri e dai riti di autoinganno collettivo e che lo zoòn politikòn possa prendersi presto la sua rivincita sull’homo oeconomicus. Non è questione di poco conto

 

 

Enrico Consoli

Università del Salento

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